giovedì 16 aprile 2015

Non è oro tutto ciò che luccica

E' il senso della nota pubblicata da Nature lo scorso 7 aprile 2015, riferendosi in particolare all'audace salto nell'Open Access effettuato nel 2012 dal Regno Unito, quando il Governo britannico annunciò che gli articoli prodotti con finanziamenti pubblici sarebbero stati resi accessibili attraverso la via d'oro dell'OA.
L’accesso aperto (OA) è un insieme di prassi, metodi, strategie politiche, tecniche, economiche e organizzative che costituiscono un complesso sistema olistico volto a rimodernare la scienza e i suoi processi comunicativi, sia interni tra differenti comunità, sia esterni come strumento per costruire forme di cittadinanza scientifica consapevole. L’OA assume un ruolo di connettore tra la comunicazione scientifica intersistemica e la divulgazione verso le comunità sociali, una sorta di ponte tra scienza e società. L'Open Access è una strategia economica.
Due sono le vie per attuare l'Accesso Aperto alla ricerca scientifica: la “via verde” e la “via d’oro”.
Il progresso verso l’OA, si legge nella nota di Nature, è lento, contraddittorio e irto di ostacoli, soprattutto il “gold OA". L'accesso aperto è un viaggio, non un evento. A distanza di tre anni, la scelta britannica ha sperimentato alcune difficoltà pratiche, in primis i costi, scelta che in Italia sarebbe improponibile.
Se la via verde - scelta ancora anni fa dagli Stati Uniti - è la più immediata, e prevede il semplice deposito in un archivio istituzionale o disciplinare, va sottolineato che per poter depositare è opportuno sapere quando, come, e quale versione. In altri termini se il “green” appare spesso come la soluzione di ripiego e di pronta applicazione, pur con l’inconveniente della ritardata diffusione (embargo che può protrarsi anche per due anni), sono numerosi i vincoli previsti dagli editori anche per il canale verde. Nature non li menziona nel suo editoriale. Elsevier in una proposta di accordo sull’OA presentata a vari atenei europei qualche tempo fa prevedeva il deposito in un archivio solo dopo un lungo periodo di embargo (che variava da rivista a rivista) e solo sulla versione detta AAM, il manoscritto d'autore accettato per la pubblicazione, ma non certo la versione editoriale sulla quale per esempio si effettuano le procedure di valutazione.
Del resto se si sono ceduti i diritti difficilmente si è liberi - come autori - di disporre dei propri articoli e comunque tra gli autori non vi è consapevolezza in merito alle Licenze aperte, alla loro applicazione e alle differenze.
La strada maestra, è la via d'oro, che prevede il full open access (online) in una rivista ad accesso aperto piuttosto che in riviste accessibili in abbonamento. Ma non va confusa con la modalità APC offerta da quegli editori - che detengono il monopolio del mercato dell'editoria scientifica - che prevede il pagamento (anche 3.000/5.000 €) per "liberare" l'articolo. Si tratta di riviste cosiddette "ibride" che continuano a essere accessibili attraverso abbonamento, ma che hanno articoli "accessibili" perché l'istituzione ha pagato... una sorta di "riscatto" per la loro liberazione.
La scelta britannica, che ha generato tante polemiche, sta per essere riveduta dal Research Councils UK (RCUK) proprio perché il consistente stanziamento governativo per l'OA di fatto è andato sempre agli stessi oligopoli editoriali senza peraltro comportare quei benefici "immediati" che la comunità scientifica si era aspettata. 

Ricevi gli aggiornamenti via email

Modulo di contatto

Nome

Email *

Messaggio *

Master in Comunicazione delle Scienze Università di Padova
2014